John Carreyrou, il giornalista investigativo del New York Times noto per aver smascherato lo scandalo Theranos, ha dedicato 18 mesi della sua vita a una delle domande più ossessive della storia della tecnologia: chi è davvero Satoshi Nakamoto, l’inventore pseudonimo di Bitcoin?
Il risultato è un lungo reportage pubblicato oggi dal New York Times che punta il dito su Adam Back, criptografo britannico di 55 anni, CEO di Blockstream e figura storica della comunità cypherpunk.
Ma, come spesso accade in questo gioco dell’identità, la storia rischia di somigliare fin troppo alle tante false piste del passato.
Carreyrou, con l’aiuto del collega Dylan Freedman e di esperti di stilometria e intelligenza artificiale, ha setacciato migliaia di vecchi post delle mailing list Cypherpunk e Cryptography, confrontando il white paper di Bitcoin, le email e i messaggi su Bitcointalk di Satoshi con gli scritti di Back degli anni ’90.
Le somiglianze emerse sono:
- Linguistiche e stilistiche (frasi identiche come “dang”, “backup” usato come verbo, “human friendly”, “burning the money”; errori di hyphenation ricorrenti come “proof-of-work” o “pre-image”; alternanza tra ortografia britannica e americana; uso di spazi doppi tra le frasi, pratica ormai obsoleta tipica di chi ha più di 50 anni).
- Ideologiche (entrambi libertari e cypherpunk, ossessionati dalla privacy e dalla riduzione del potere governativo).
- Tecniche (Back aveva già inventato Hashcash nel 1997, citato esplicitamente da Satoshi, e proposto anni prima concetti come moneta elettronica decentralizzata, nodi distribuiti, mining proof-of-work e combinazione con b-money).
Back è stato tra i primi a ricevere un’email da Satoshi nel 2008 e ha ignorato Bitcoin per anni, per poi riapparire nel 2013 proprio quando la fortuna accumulata dal creatore è diventata di dominio pubblico.
Il quadro dipinto dal New York Times è coerente: Back avrebbe ideato quasi tutte le caratteristiche di Bitcoin prima che Satoshi le mettesse nero su bianco.
Eppure, proprio come nelle decine di “rivelazioni” precedenti, manca la prova definitiva. Carreyrou lo ammette apertamente: l’unico “smoking gun” sarebbe la prova crittografica, ovvero la firma di Satoshi con le chiavi private che controllano i primi bitcoin creati.
Adam Back in risposta all’articolo risponde così:
Non sono Satoshi Nakamoto.
Tuttavia, sono stato tra i primi a concentrarmi con grande attenzione sulle implicazioni sociali positive della crittografia, della privacy online e della valuta elettronica. Da qui il mio interesse attivo, a partire dal ~1992, per la ricerca applicata su e-cash e tecnologie di privacy all’interno della mailing list cypherpunks, che ha portato allo sviluppo di Hashcash e altre idee.
Non so nemmeno chi sia Satoshi, e penso che sia una buona cosa per Bitcoin che la sua identità rimanga sconosciuta. Questo aiuta infatti a far percepire Bitcoin come una nuova classe di asset: una merce digitale scarsa dal punto di vista matematico.
Il resto delle “coincidenze” segnalate dall’articolo è una combinazione di somiglianze inevitabili e frasi simili usate da persone con esperienze e interessi affini. Satoshi aveva bisogno di competenze ed esperienze molto specifiche per arrivare a Bitcoin; io e altri cypherpunks siamo arrivati “così vicini eppure così lontani” nelle discussioni di design del decennio precedente.
Per quanto riguarda il volume dei miei commenti su argomenti di e-cash: essendo stato molto attivo e loquace nelle liste di discussione (molto più di altri con interessi simili che postavano 20 volte meno), è naturale che io risulti più visibile. Ho spiegato questo a John Carreyrou come una forma di bias di conferma, che andrebbe corretto statisticamente.
Nelle sue ricerche per il New York Times, Carreyrou ha trovato — come già documentato da Aaron van Wirdum nel libro “Genesis Block” — molti interessanti analoghi di Bitcoin nei primi tentativi di creare un e-cash decentralizzato. Si trattava di idee prototipo che cercavano di risolvere problemi simili a quelli affrontati da Bitcoin, inclusi aspetti come reti P2P, BGP e proof-of-work.
La mia citazione “Non sto dicendo che sono bravo con le parole ma ho fatto un sacco di chiacchiere su queste liste in realtà” andava intesa nel contesto più ampio: proprio perché ero loquace e noto per il mio interesse attivo verso l’e-cash, esiste un naturale bias di conferma nel ritrovare le mie tracce in modo più evidente.
Da 16 anni, cioè dal 2011 quando Satoshi è scomparso, si contano oltre cento presunti candidati: lo studente irlandese di criptovalute, l’ingegnere giapponese-americano Dorian Nakamoto (scambiato per errore per via del cognome), il matematico John Nash, il criminale sudafricano Paul Le Roux, il canadese indicato dal documentario HBO del 2024 (Peter Todd, smentito in poche ore da un alibi fotografico), e soprattutto l’australiano Craig Wright, che ha persino intentato cause legali per far valere la sua falsa identità ed è stato smascherato in tribunale.
Ogni volta la stessa dinamica: indizi circostanziali convincenti sulla carta, entusiasmo mediatico, smentite secche, assenza di movimento delle monete originali e, alla fine, silenzio.
Perché questa volta dovrebbe essere diverso?
Il reportage del New York Times è probabilmente il più approfondito e rigoroso finora pubblicato, sostenuto da analisi forensi linguistiche e da un lavoro di scavo archivistico degno di un detective.
Ma resta, appunto, circostanziale. Back ha un background perfetto (britannico, cypherpunk della prima ora, esperto di sistemi distribuiti), eppure continua a negare con convinzione e a liquidare le somiglianze come “coincidenze”.
La comunità Bitcoin, scettica per natura, ha già iniziato a reagire con ironia o indifferenza: senza la firma crittografica, per molti resta l’ennesimo capitolo di un mistero che forse non vuole essere risolto.
Carreyrou chiude il suo pezzo con onestà intellettuale: le prove sono forti, ma non conclusive.
Adam Back potrebbe essere Satoshi. Oppure no.
E fino a quando non apparirà una prova inconfutabile – o fino a quando Satoshi stesso (o loro stessi, se è un gruppo) non deciderà di uscire allo scoperto – il grande enigma di Bitcoin continuerà a vivere, alimentando teorie, documentari, film e articoli come questo.
In fondo, forse è proprio questo il genio più grande di Satoshi: aver creato non solo una moneta, ma un mistero che nessuno, nemmeno il miglior investigativo del New York Times, è ancora riuscito a risolvere del tutto.