L’anniversario dell’hack di Mt. Gox e il suo grande paradosso
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L’anniversario dell’hack di Mt. Gox e il suo grande paradosso

Oggi, 20 giugno, ricorre una data simbolica nella storia turbolenta di Bitcoin: l’11 giugno 2011 (o intorno al 20 a seconda delle fonti sul fuso orario) segnò uno dei primi grandi attacchi all’exchange che all’epoca dominava il mercato.

Mt. Gox, un tempo sinonimo stesso di Bitcoin, divenne negli anni il monito per eccellenza contro il custodial risk: “non lasciare i tuoi BTC su un exchange”.

Eppure la sua storia, culminata nel fallimento del 2014, riserva un paradosso straordinario che continua a far discutere la comunità.

La scalata e il crollo

Fondata originariamente come piattaforma per scambiare carte collezionabili di Magic: The Gathering (da cui MtGox), l’exchange passò presto a trattare Bitcoin. Nel 2011 era diventato di gran lunga il principale marketplace al mondo: gestiva oltre il 70% di tutti i volumi di scambio. Comprare, vendere e – soprattutto – depositare Bitcoin significava, per la stragrande maggioranza degli utenti, usare Mt.Gox.

I problemi di sicurezza erano noti da tempo. Già nel giugno 2011 un hacker riuscì a sfruttare vulnerabilità nel sistema e a rubare migliaia di BTC, facendo crollare temporaneamente il prezzo. Ma fu solo l’inizio. Nel febbraio 2014 Mt. Gox sospese improvvisamente i prelievi, annunciando di aver perso circa 850.000 Bitcoin (di cui una parte recuperata in seguito) a causa di un bug nel software di transazione (noto come transaction malleability). Pochi giorni dopo l’exchange chiuse i battenti.

Il fondatore e CEO Mark Karpelès (conosciuto come MagicalTux) finì sotto indagine e fu arrestato nel 2015 in Giappone con accuse di manipolazione dei dati e appropriazione indebita (fu poi condannato solo per una parte minore dei capi d’imputazione).

Dal fallimento alla riabilitazione

Inizialmente Mt. Gox entrò in una procedura fallimentare ordinaria. Secondo le regole giapponesi, i creditori avrebbero dovuto essere rimborsati in yen al cambio del momento del crack (quando Bitcoin valeva poche centinaia di dollari).

Ma qui inizia il paradosso.

Con quel criterio, la maggior parte degli utenti avrebbe recuperato una frazione irrisoria del valore attuale, il resto sarebbe finito nelle tasche di Karpelès rendendolo ricchissimo alle spalle dei creditori, oltre al danno la beffa.

Il curatore fallimentare (e poi trustee della riabilitazione) Nobuaki Kobayashi considerato che nelle casse dell’exchange erano rimasti circa un terzo dei Bitcoin scomparsi, anziché liquidare tutto e pagare i creditori al valore del momento del fallimento, sotto pressione dei creditori stessi, chiese al giudice la conversione del fallimento in una procedura di civil rehabilitation (minji saisei), una sorta di ristrutturazione che permetteva di distribuire gli asset rimasti.

Il piano fu approvato definitivamente nel 2021. A partire dal 2024 (con proroghe fino a ottobre 2026) iniziarono i rimborsi in Bitcoin e Bitcoin Cash. I creditori stanno ricevendo solo una porzione (intorno al 20-30% a seconda delle stime e dei recuperi) dei BTC che possedevano nel 2014.

Ma quel “terzo” vale oggi decine di miliardi di dollari, enormemente di più del 100% del valore di allora.

Il paradosso dell’HODL forzato

Molti ex-clienti di Mt. Gox hanno quindi ricevuto indietro, dopo oltre dieci anni, un importo in bitcoin che – in termini fiat – supera di gran lunga ciò che avevano perso. Paradossalmente, chi aveva lasciato i fondi sull’exchange è stato trasformato in HODLer suo malgrado. Chissà quanti di loro avrebbero venduto a 1.000, 5.000 o 20.000 dollari, invece di tenere fino ai valori al momento della restituizione.

Il fondatore stesso avrebbe potuto teoricamente beneficiare di un residuo positivo una volta pagati tutti i creditori, anche se la vicenda giudiziaria complica il quadro.

Una lezione che resta valida

Questo happy ending (relativo) spinge qualcuno a dire: “Visto? Non sempre tenere i BTC su un exchange è una tragedia”. Ma sarebbe un errore trarre questa conclusione.

Mt. Gox rimane un esempio perfetto di tutto ciò che può andare storto: scarsa sicurezza tecnica, opacità nella gestione delle riserve, concentrazione di rischio su un singolo soggetto. Per una volta che il prezzo di Bitcoin è esploso e i recuperi hanno permesso un rimborso “migliorato”, la storia delle criptovalute è piena di exchange crollati senza lasciare quasi nulla agli utenti (FTX, Celsius, Voyager, innumerevoli altri hack minori).

La regola aurea di Bitcoin – not your keys, not your coins – non è smentita dal caso Mt. Gox. È confermata. L’autocustodia rimane l’unica soluzione che elimina il rischio di controparte. Lasciare i propri fondi a terzi è sempre una scommessa sulla competenza, sull’onestà e sulla fortuna di qualcun altro.

Mt. Gox ci ricorda che a volte il destino può essere benevolo. Ma in finanza (e soprattutto in Bitcoin) non si costruisce una strategia basandosi sulla speranza che accada di nuovo il miracolo.

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21 Milioni di Chiacchiere
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