Luke DashJr perde tutto
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Luke DashJr perde tutto

L’idea di poter cambiare il protocollo Bitcoin con un fork si è rivelata fatale per Luke DashJr, e di riflesso anche per i suoi seguaci.

Un’idea che, nel giro di poche ore, ha trasformato una crociata moralista in un flop clamoroso, degno di entrare negli annali delle fatiche inutili dell’ecosistema.Nella notte tra sabato e domenica (orario italiano), la proposta del BIP110 è crollata dopo soli due blocchi.

La catena che tentava di imporre regole restrittive sulle transazioni Bitcoin è fallita con una rapidità quasi umiliante.

A rendere il quadro ancora più beffardo ci ha pensato Ocean, il mining pool guidato dallo stesso Luke: ha minato da subito uno dei blocchi della “catena sana”, contribuendo attivamente a condannare quella BIP110 che doveva salvare la purezza del protocollo.

Un autogol di quelli che restano impressi.

Le conseguenze non si sono fatte attendere.

Luke DashJr si è dimesso dai suoi ruoli in Ocean e gli è stato revocato l’accesso come gestore dei BIP, le proposte di modifica a Bitcoin di cui, non molto tempo fa, era gestore esclusivo.

L’accusa ufficiale parla di abuso di quella posizione.

La lettera di rimozione non lascia spazio a interpretazioni: «Negli ultimi anni, Luke è stato al centro di numerose controversie all’interno dell’ecosistema Bitcoin, e questa settimana, sotto la sua guida, è nata una nuova criptovaluta derivata da Bitcoin».

Fine della corsa da editore privilegiato.

Tutto era partito da una narrativa confusa e radicale: su Bitcoin non ci sarebbe spazio per i cosiddetti “dati arbitrari”, solo transazioni strettamente finanziarie.

Un atteggiamento più ispirato alla censura che a una reale comprensione delle dinamiche che da sempre guidano l’evoluzione dell’ecosistema.

Al grido di «togliamo i jpeg dalla blockchain Bitcoin» o «non mi piace la numerazione arbitraria degli Ordinals», molti osservatori si sono accodati ai lamenti di Luke, sentendosi investiti di un sacro incarico: preservare la purezza delle transazioni.

Spesso senza neanche capire, data l’effettiva complessità, le caratteristiche tecniche e le dinamiche in gioco.

OP_RETURN, payload e witness, taproot annex: tutto doveva essere ispezionato alla ricerca di qualcosa di “fastidioso”, più per scarsa voglia di approfondire che per solidi principi di purezza.

Dopo mesi di tentativi inutili di convincere una fetta di seguaci a far girare full node che bloccassero queste transazioni “impure” già in mempool (mentre, per fortuna, le stesse continuavano a muoversi negli altri nodi e potevano essere incluse dai miner), è arrivata la balzana idea del soft fork contenzioso.

Un progetto di cui da subito è emerso l’assoluto difetto di consenso.

Il ruolo di Luke tra i proponenti, unito alla sua posizione di gestore dei BIP, ha solo accelerato la sua rimozione.

A questo punto la dignità richiederebbe un congruo periodo di silenzio e di riflessione.

Ma a quanto pare, in certe persone non esiste limite alla voglia di protagonismo.

Da un fallimento nascono già nuove proposte di fork ancora più radicali, con tanto di cambio di nome e di meccanismi della proof of work.

Sarebbe degno destinare tali proposte all’irrilevanza, se il ridicolo non facesse da cassa di risonanza all’inevitabile chiacchiericcio generato dallo schianto di sabato sera.

Luke DashJr ha perso tutto: il ruolo in Ocean, il controllo sui BIP, la credibilità della sua crociata e, soprattutto, la possibilità di far passare come “salvezza del protocollo” quella che si è rivelata solo l’ennesima avventura destinata a finire in due blocchi e una serie di dimissioni.

Bitcoin, per fortuna, ha gli anticorpi anche contro questi personaggi

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