ORDINE ESECUTIVO 6102: quando possedere oro divenne un reato
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ORDINE ESECUTIVO 6102: quando possedere oro divenne un reato

Proseguiamo il nostro viaggio nella storia della moneta. Ci eravamo lasciati con il crollo di Wall Street del 1929 e l’inizio della Grande Depressione. (Ti consiglio di leggere gli articoli precedenti per avere il quadro generale.)

Oggi andiamo avanti di qualche anno, fino a una data che chiunque si interessi di moneta dovrebbe conoscere: il 5 aprile 1933. Il giorno in cui, negli Stati Uniti, possedere oro diventò un reato.

Un mondo in piena recessione

All’inizio degli anni Trenta la crisi non è più soltanto americana. In Europa la situazione è drammatica: la produzione cala, la disoccupazione vola, le banche traballano. Nel 1931 il fallimento della Creditanstalt, la più grande banca austriaca, innesca un effetto domino in tutto il continente.

I governi rispondono con austerità e nuove tasse per racimolare capitali, ma non basta. E allora fanno quello che gli Stati fanno da secoli quando i conti non tornano: svalutano la propria moneta, stampandone di nuova senza avere l’oro per coprirla.

Il caos è totale. Il sistema monetario è fuori controllo: mancano le riserve, ma gli Stati continuano a finanziarsi emettendo denaro.

La Gran Bretagna getta la spugna

La Gran Bretagna è in grande difficoltà. Aveva prestato molto denaro ai Paesi europei, ora in crisi, e sa che rientrarne in possesso sarà difficile. Intanto i capitali scappano dal Paese e chi possiede sterline corre a convertirle in oro. Un oro che, però, scarseggia sempre di più.

Nel settembre del 1931 la Banca d’Inghilterra prende una decisione che fino a pochi anni prima sarebbe stata impensabile: sospende la convertibilità della sterlina in oro. La valuta che per oltre un secolo era stata il simbolo del gold standard si stacca dal metallo che la sosteneva. Molti altri Paesi seguiranno a breve.

L’America e la fuga verso l’oro

Dall’altra parte dell’oceano le cose non vanno meglio. Tra il 1930 e il 1933 migliaia di banche americane falliscono. La fiducia è ai minimi e i cittadini fanno l’unica cosa sensata dal loro punto di vista: ritirano i risparmi e li trasformano in oro, da tenere al sicuro in casa.

Per il governo è un problema serio. All’epoca, per legge, almeno il 40% delle banconote emesse dalla Federal Reserve doveva essere coperto da oro. Meno oro nelle casse significa meno margine per stampare nuova moneta, proprio quando il governo vuole mettere in campo nuove politiche per far ripartire l’economia.

Nel marzo del 1933 si insedia il nuovo presidente, Franklin Delano Roosevelt. Tra i suoi primi atti c’è la chiusura di tutte le banche del Paese per alcuni giorni, per fermare il panico. Un mese dopo arriva il provvedimento che cambierà per sempre il rapporto tra gli americani e l’oro.

L’Ordine Esecutivo 6102

Il 5 aprile 1933 Roosevelt firma l’Ordine Esecutivo 6102. Il testo è breve e chiarissimo: entro il 1° maggio cittadini, associazioni e società devono consegnare alle banche della Federal Reserve tutte le monete d’oro, i lingotti e i certificati aurei in loro possesso.

Meno di un mese di tempo.

Le eccezioni sono poche. Si possono tenere al massimo 100 dollari in monete d’oro, cioè circa 5 once, più l’oro che serve per lavoro a dentisti, gioiellieri e industrie e le monete rare da collezione. Tutto il resto va consegnato.

In cambio lo Stato paga 20,67 dollari per oncia, il prezzo ufficiale dell’epoca. Per chi non si adegua le pene sono pesantissime: fino a 10.000 dollari di multa, una cifra enorme per quegli anni, e fino a dieci anni di carcere.

Col tempo è nata anche la leggenda degli agenti del governo che aprivano una per una le cassette di sicurezza degli americani. In realtà perquisizioni di massa non ce ne furono: a convincere le persone bastarono la legge, le pene previste e la paura di finire nei guai. Ed è forse proprio questo l’aspetto più impressionante: non servì la forza, bastò una firma.

Il colpo di scena: 35 dollari

La popolazione è sconvolta. Ma non è finita qui.

Una volta raccolto l’oro, nel gennaio del 1934 arriva il Gold Reserve Act. La legge trasferisce tutto l’oro della Federal Reserve al Tesoro e, subito dopo, il prezzo ufficiale viene portato da 20,67 a 35 dollari l’oncia.

Facciamo due conti. Chi aveva consegnato un’oncia d’oro aveva ricevuto 20,67 dollari. Pochi mesi dopo, quella stessa oncia per lo Stato ne valeva 35. In pratica il dollaro aveva perso circa il 40% del suo valore rispetto all’oro, e la differenza era finita nelle casse pubbliche: un guadagno, sulla carta, di quasi 3 miliardi di dollari dell’epoca.

I cittadini avevano consegnato il loro oro al prezzo vecchio. Lo Stato lo aveva rivalutato al prezzo nuovo.

La fine del gold standard come lo conoscevamo

Insomma, la musica di sottofondo era la stessa in tutto l’Occidente: svalutare la propria moneta.

Formalmente l’oro restava ancora il riferimento del sistema: il dollaro continuava a essere convertibile, ma solo per le banche centrali e i governi stranieri. Per il cittadino comune, invece, il legame tra moneta e oro era finito. Le banconote non si potevano più cambiare con il metallo, e il metallo non si poteva nemmeno più tenere in casa.

Il divieto durò più di quarant’anni: gli americani tornarono a poter possedere liberamente oro solo il 31 dicembre 1974.

Verso una nuova guerra

La crisi non fu soltanto economica e monetaria. Fu anche una profonda crisi sociale, che alimentò la crescita dei nazionalismi in tutta Europa e nuove tensioni tra gli Stati. Tensioni che porteranno dritte alla Seconda guerra mondiale.

Non si era fatto in tempo a riprendersi da una guerra, che già se ne vedeva un’altra all’orizzonte.

Può succedere ancora?

Prima di chiudere, una riflessione: non pensiamo che quello che è accaduto in passato non possa accadere di nuovo.

L’Ordine Esecutivo 6102 è l’esempio più eclatante di come uno Stato possa imporre ai propri cittadini quello che vuole, con la forza della legge. Ma non serve andare così lontano, né nel tempo né nello spazio.

Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1992, con la lira sotto attacco e i conti pubblici in grave difficoltà, il governo italiano guidato da Giuliano Amato decise un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti correnti. Improvviso, retroattivo, senza possibilità di sottrarsi. Due mesi dopo la lira crollò comunque e l’Italia uscì dal Sistema Monetario Europeo.

Modalità diverse, epoche diverse, Paesi diversi. Ma il risultato è sempre lo stesso: a pagare per la cattiva gestione, per le scelte sbagliate e per le guerre decise dalla politica sono sempre i cittadini.

L’idea, e la speranza, è che togliendo il potere monetario dalle mani degli Stati si possano evitare, o almeno limitare, eventi come questi, che fanno danni solo alle persone.

Nel prossimo articolo vedremo come, dalle macerie della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti si affermarono come prima potenza economica del mondo. Ed è proprio da qui che proseguirà il nostro viaggio.

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