Il "regalo" di Strategy e Blackrock alla sicurezza Bitcoin
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Il "regalo" di Strategy e Blackrock alla sicurezza Bitcoin

Mentre nelle sale cinematografiche Ulisse tenta ancora una volta di tornare a Itaca, fuori dallo schermo un altro cavallo di Troia si presenta alle porte di Bitcoin.

Questa volta, però, non è costruito dai Greci. Porta i loghi di BlackRock, Strategy, Fidelity, Coinbase, ARK, Block, Galaxy, Anchorage e Blockstream.

Le principali società finanziarie e Bitcoin-native hanno annunciato la nascita del Bitcoin Security Consortium, un’iniziativa che promette di destinare 15 milioni di dollari, distribuiti nell’arco di tre anni, alla sicurezza e alla resilienza di lungo periodo del protocollo Bitcoin. Tra gli obiettivi dichiarati c’è anche il sostegno alla ricerca sulle future protezioni post-quantum.

A coordinare il progetto sarà Mike Schmidt, direttore esecutivo di Brink, organizzazione non profit che finanzia gli sviluppatori open source impegnati sul protocollo Bitcoin.

Il denaro servirà quindi a sostenere un lavoro reale, necessario e spesso invisibile: revisione del codice, ricerca crittografica, analisi delle vulnerabilità, manutenzione dell’infrastruttura e formazione di nuovi sviluppatori.

Eppure, quando BlackRock si offre di difendere Bitcoin, la domanda non può essere soltanto quanto denaro abbia messo sul tavolo.

La domanda è: chi sta entrando nella città di chi?

BlackRock ha bisogno di Bitcoin

Per anni Bitcoin è stato descritto dalla finanza tradizionale come una bolla, uno strumento per criminali, un asset privo di valore intrinseco o un pericoloso esperimento monetario.

Oggi gli stessi gruppi che osservavano Bitcoin con diffidenza vendono prodotti finanziari costruiti sulla sua scarsità.

BlackRock e Fidelity gestiscono ETF spot che permettono agli investitori di ottenere esposizione al prezzo di Bitcoin attraverso strumenti regolamentati. Coinbase offre servizi di custodia alle istituzioni. Strategy ha trasformato il proprio bilancio in una gigantesca esposizione a BTC. Galaxy, Anchorage e gli altri partecipanti hanno costruito attività il cui valore dipende, direttamente o indirettamente, dalla crescita e dalla sicurezza del network.

Il loro sostegno non è quindi un atto di beneficenza.

È tutela dell’investimento.

Come ha dichiarato Phong Le, amministratore delegato di Strategy, chi detiene Bitcoin nel lungo periodo ha ogni incentivo affinché il network rimanga sicuro per le generazioni future.

È un ragionamento perfettamente razionale. Se Bitcoin dovesse subire una grave vulnerabilità tecnica, un attacco crittografico o una crisi di fiducia, non ne soffrirebbero soltanto i cypherpunk e gli utenti self-custody. Ne risentirebbero gli ETF, i custodi, le società quotate, gli azionisti e l’intera industria finanziaria costruita intorno all’asset.

Bitcoin è diventato troppo importante perché Wall Street possa permettersi di ignorarne la manutenzione.

La minaccia quantistica

Il comunicato del consorzio cita esplicitamente il rischio rappresentato dai computer quantistici.

Non esistono ancora macchine quantistiche su larga scala capaci di compromettere concretamente la crittografia utilizzata da Bitcoin. Lo scenario non è quindi quello di un attacco imminente.

La questione, tuttavia, non può essere affrontata quando la minaccia sarà già operativa.

Un computer quantistico sufficientemente potente potrebbe teoricamente utilizzare l’algoritmo di Shor per attaccare gli schemi crittografici a curva ellittica impiegati nelle firme di Bitcoin. Il problema riguarderebbe in particolare le monete associate a chiavi pubbliche già esposte e renderebbe necessaria una complessa migrazione verso nuovi sistemi di firma resistenti agli attacchi quantistici.

Prepararsi significa studiare nuove primitive crittografiche, valutarne l’impatto sulle dimensioni delle transazioni, sui costi di verifica e sulla compatibilità con l’attuale protocollo.

Significa anche affrontare problemi politici e sociali.

Che cosa accadrebbe ai bitcoin appartenenti a utenti che non aggiornano i propri wallet? Come dovrebbero essere gestite le monete dormienti? Sarebbe legittimo rendere alcuni vecchi output non spendibili per impedire che vengano sottratti da un attaccante quantistico? Chi dovrebbe stabilire quando la minaccia è diventata sufficientemente concreta?

La sicurezza post-quantum non è soltanto un problema matematico. È un potenziale conflitto tra proprietà, consenso e conservazione delle regole.

Il dono dentro il cavallo

Qui appare il cavallo di Troia.

BlackRock e gli altri membri del consorzio non stanno chiedendo formalmente il controllo del protocollo. Stanno offrendo risorse economiche a chi lavora per renderlo più sicuro.

Questo finanziamento può essere utile. Può permettere agli sviluppatori di dedicarsi a tempo pieno alla ricerca, ridurre la dipendenza dal volontariato e migliorare la capacità di Bitcoin di affrontare minacce che richiedono anni di preparazione.

Ma il denaro non è mai completamente neutrale.

Chi finanzia un’attività può contribuire a determinarne le priorità, anche senza impartire ordini diretti. Può scegliere quali progetti sostenere, quali rischi enfatizzare, quali conferenze finanziare e quali esperti trasformare nei propri interlocutori privilegiati.

E ancora peggio: stabilire come modificare Bitcoin in nome della sicurezza.

Il pericolo non è necessariamente una riunione segreta nella quale BlackRock decide le regole di Bitcoin.

Il pericolo è più sottile: che gli interessi delle grandi istituzioni diventino progressivamente indistinguibili dagli interessi del protocollo.

Per un gestore di ETF, sicurezza può significare prevedibilità normativa, custodia istituzionale, continuità dei mercati e assenza di eventi capaci di spaventare gli investitori.

Per un utente dissidente, sicurezza può significare poter scaricare un software, conservare autonomamente le chiavi e trasferire valore senza autorizzazione.

Le due definizioni possono coincidere. Ma non sempre.

Bitcoin entra a Wall Street, o Wall Street entra in Bitcoin?

Il parallelismo con il cavallo di Troia può però essere rovesciato.

Forse non sono le istituzioni finanziarie a utilizzare Bitcoin per conquistare la sua cittadella.

Forse è Bitcoin a essere entrato nel cuore del sistema finanziario tradizionale, nascosto dentro ETF, bilanci societari e servizi di custodia.

BlackRock può acquistare bitcoin, custodirli, impacchettarne l’esposizione in un prodotto finanziario e guadagnare commissioni. Ma non può modificare unilateralmente il limite dei 21 milioni. Non può ordinare ai nodi di accettare una nuova regola. Non può impedire a un utente di eseguire autonomamente il software.

Il protocollo non riconosce il patrimonio del partecipante, il numero dei suoi clienti o il peso politico della sua società.

Un nodo domestico applica le stesse regole di un’infrastruttura utilizzata da un gestore da migliaia di miliardi di dollari.

È questa la stranezza storica della situazione.

Le più grandi istituzioni finanziarie del mondo sono costrette a finanziare la sicurezza di un sistema che non possono possedere, governare o modificare a piacimento.

Stanno investendo nella fortezza, ma le chiavi delle porte rimangono distribuite.

La sicurezza non può essere delegata

Il Bitcoin Security Consortium rappresenta un passaggio importante nella maturazione dell’ecosistema.

È positivo che chi trae profitti da Bitcoin contribuisca anche ai costi della sua manutenzione. Per troppo tempo il lavoro degli sviluppatori è stato trattato come una risorsa gratuita, nonostante protegga centinaia di miliardi di dollari di valore.

Allo stesso tempo, la community non dovrebbe accettare che il finanziamento dello sviluppo venga progressivamente concentrato nelle mani di pochi soggetti istituzionali.

Servono pluralità dei finanziatori, trasparenza sulle donazioni, indipendenza dei ricercatori e possibilità concreta di sostenere approcci differenti. Soprattutto, serve una comunità capace di verificare il codice senza affidarsi alla reputazione dei finanziatori.

Bitcoin non è sicuro perché BlackRock ha deciso di proteggerlo.

È sicuro quando migliaia di persone indipendenti possono controllare le regole, verificare il software e rifiutare gli aggiornamenti che non condividono.

I 15 milioni possono finanziare la ricerca. Non possono comprare il consenso.

Le mura di Bitcoin

Nell’Iliade, Troia viene sconfitta quando accoglie dentro le proprie mura ciò che crede essere un dono.

Nel caso di Bitcoin, però, le mura non sono geografiche. Sono le regole verificate dai nodi.

BlackRock può entrare nell’ecosistema. Può finanziare gli sviluppatori. Può acquistare centinaia di migliaia di bitcoin per conto dei propri clienti. Può diventare uno dei più importanti intermediari economici costruiti intorno all’asset.

Ma il vero cavallo di Troia potrebbe essere Bitcoin stesso.

Un oggetto monetario apparentemente trasformato in un normale prodotto di Wall Street, ma che continua a portare con sé scarsità assoluta, verificabilità indipendente, self-custody e impossibilità di essere emesso da una banca centrale.

La battaglia non si deciderà quindi sulla quantità di denaro versata al consorzio.

Si deciderà sulla capacità degli utenti di non delegare la propria sovranità agli stessi soggetti che dichiarano di voler proteggere il network.

Accogliere il contributo senza consegnare le chiavi.

Utilizzare le risorse senza confondere i finanziatori con i sovrani.

Perché Bitcoin può permettere a BlackRock di attraversare le sue porte.

Ma soltanto finché ogni nodo continua a sorvegliare le mura.

Fonti:

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