Stefano Capaccioli è uno dei massimi esperti italiani di fiscalità delle criptovalute e delle criptoattività.
Nel suo articolo pubblicato oggi, 10 aprile 2026, su Coinlex.it – intitolato “Imposta di bollo e criptoattività 2025: quando paga l’intermediario e quando il contribuente” – Capaccioli torna su uno dei nodi più intricati della tassazione indiretta sulle crypto per l’anno d’imposta 2025, alla luce dei chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate e delle novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2025.
L’imposta di bollo (estesa alle criptoattività e spesso denominata anche “imposta sul valore delle criptoattività” o IVACE) si applica nella misura del 2 per mille (0,2%) sul valore di mercato delle attività al 31 dicembre, con un minimo di 1 euro per posizione.
La distinzione fondamentale, chiarita dall’autore, riguarda il soggetto tenuto al pagamento:
- Quando paga l’intermediario (sostituto d’imposta): gli exchange, i prestatori di servizi di custodia e gli istituti finanziari italiani (o con stabile organizzazione in Italia) devono calcolare, addebitare e versare direttamente l’imposta di bollo sulle criptoattività detenute in custodia per i clienti. In questi casi l’intermediario agisce da sostituto d’imposta: il contribuente vede l’addebito sul proprio conto e non deve più occuparsene nel quadro RW della dichiarazione dei redditi (salvo verificare l’assenza di doppia applicazione).
- Quando paga direttamente il contribuente: per le criptoattività in self-custody (wallet personali, hardware wallet, cold storage) o presso intermediari esteri senza obbligo di sostituto d’imposta in Italia, l’imposta deve essere calcolata e versata dal titolare stesso, tramite F24 o dichiarazione dei redditi. Obbligatoria la compilazione del quadro RW per il monitoraggio fiscale, con sanzioni ad esempio 3% al 15% del valore delle criptoattività non dichiarate (o dichiarate in modo infedele), per ciascun anno di omissione di omissioni.
Capaccioli sottolinea le criticità pratiche: il valore di mercato da assumere (prezzo su mercati qualificati al 31/12), il trattamento delle stablecoin, le eccezioni per wallet non custodial e il rischio concreto di doppia imposizione quando sia l’intermediario sia il contribuente pagano sullo stesso asset. L’articolo analizza anche le ripercussioni delle recenti circolari e risposte a interpello, che continuano a modificare un quadro già complesso.
Ma oltre alla puntuale spiegazione tecnica, l’analisi di Capaccioli lascia emergere una considerazione condivisa da molti: le normative e i loro continui aggiornamenti su Bitcoin e sulle criptoattività tendono a rendere il cittadino sempre più in difficoltà.
Ogni anno – dal 2023 al 2025 e oltre – nuove leggi di bilancio, circolari dell’Agenzia delle Entrate e chiarimenti parlamentari riscrivono regole già labirintiche.
Quello che sembrava consolidato diventa improvvisamente ambiguo, costringendo il contribuente medio (ad esempio un piccolo risparmiatore che ha comprato Bitcoin anni fa come forma di protezione dall’inflazione) a districarsi tra imposta di bollo, imposta sostitutiva sulle plusvalenze al 26%, obblighi RW, comunicazioni automatiche degli intermediari e possibili rideterminazioni del costo d’acquisto.
Un groviglio burocratico che richiede l’intervento di un professionista specializzato, con costi che erodono parte dei rendimenti e generano incertezza costante.
In un contesto europeo che il MiCA dovrebbe armonizzare, l’Italia sovrappone stratificazioni normative “a singhiozzo”, producendo un effetto dissuasivo sull’adozione di tecnologie innovative.
Capaccioli, con il suo rigore abituale, non si limita a descrivere le norme ma evidenzia i rischi di doppia tassazione e l’impatto reale sul cittadino: mentre la tecnologia avanza rapidamente, la fiscalità italiana sembra progettata per complicare piuttosto che per facilitare.
Il risultato è un gap crescente tra innovazione e burocrazia, che lascia il contribuente comune in una condizione di perenne difficoltà operativa e di sfiducia.
L’articolo di Capaccioli, ancora una volta, è uno strumento essenziale per orientarsi nel labirinto fiscale del 2025.
Ma è anche un forte campanello d’allarme.
Senza una vera semplificazione e una maggiore stabilità normativa, l’Italia rischia di allontanare proprio quegli italiani che vorrebbero approfittare delle opportunità offerte da un settore innovativo come quello delle criptoattività, o, ancor peggio, di spingere gli imprenditori, gli sviluppatori e gli investitori più brillanti a scegliere altri Paesi.
Un paradosso pericoloso: mentre la tecnologia avanza rapidamente e promette di trasformare finanza, pagamenti e risparmio, la burocrazia fiscale italiana continua a complicare invece di facilitare, rischiando di trasformare un’opportunità storica in una fuga di talenti e capitali.