Le tre proprietà classiche di una moneta, secondo la teoria economica, sono: mezzo di scambio, riserva di valore e unità di conto.
Come riserva di valore, Bitcoin è la proprietà in cui eccelle maggiormente, è ormai diffusamente considerato oro digitale.
Come mezzo di scambio, oggi è possibile pagare beni e servizi direttamente in BTC presso migliaia di merchant in tutto il mondo.
Come unità di conto, invece, Bitcoin incontra ancora la maggiore resistenza. Una delle obiezioni classiche contro il suo utilizzo come moneta vera e propria è proprio la sua volatilità.
Chi comprerebbe un caffè o un’automobile se il suo valore in Bitcoin potesse variare del 5-10% in pochi giorni? Per decenni economisti e osservatori hanno ripetuto che Bitcoin, pur eccellente come store of value (riserva di valore) grazie alla scarsità programmata, fallisce nel ruolo di unità di conto proprio a causa delle sue oscillazioni estreme.
Tuttavia, l’articolo di Charles Schwab del 25 marzo 2026: Bitcoin Volatility Shrinks to Magnificent 7 Levels
suggerisce che questa barriera potrebbe non essere più insormontabile come un tempo.
La volatilità di Bitcoin si è drasticamente ridotta, arrivando a livelli paragonabili – e in alcuni casi inferiori – a quelli di alcune superstar tecnologiche dei Magnificent 7.
Questo calo potrebbe rappresentare un passo importante verso una maggiore maturazione dell’asset e, in prospettiva, verso funzioni monetarie più complete.
La volatilità storica: un ostacolo noto
La letteratura economica è chiara: per essere una buona unità di conto, una moneta deve offrire stabilità relativa dei prezzi.
Studi passati hanno mostrato che la volatilità di Bitcoin era fino a 10 volte superiore a quella delle principali valute fiat.
Questo rendeva impraticabile denominare beni e servizi direttamente in BTC: un commerciante che fissa un prezzo in Bitcoin oggi potrebbe trovarsi domani con un valore reale molto diverso a causa delle fluttuazioni del cambio BTC/USD o BTC/EUR.
Ancora oggi, la maggior parte dei merchant che accettano Bitcoin converte immediatamente in dollari o euro proprio per evitare questo rischio.
La volatilità rimane quindi un freno all’adozione come mezzo di scambio e unità di conto.
Il cambiamento in atto: i dati di Schwab
Secondo l’analisi di Schwab, però, Bitcoin sta maturando.
Dal 2021 al 2025 la sua Historical Volatility (HV) si è dimezzata, attestandosi intorno al 42% nel 2025. L’Average True Range in percentuale del prezzo (ATR/P) è sceso dal 6,8% al 3,4%.
Per contestualizzare:
- Tesla (TSLA): HV 63%, ATR/P 5,2%
- Nvidia (NVDA): HV 50%, ATR/P 3,9%
- Futures sull’argento (/SI): HV 38%, ATR/P 3,2%
Nel 2025 Bitcoin è risultato meno volatile di Tesla e, su alcune metriche, anche di Nvidia.
I suoi drawdown rimangono significativi (–32% nel 2025, esteso nel 2026; –50% sui tre anni 2023-2026), ma non sono più un’esclusiva: Tesla ha sofferto cali del –48% e –54% nello stesso periodo.
Ether, la seconda criptovaluta, resta più volatile di Bitcoin (rapporto HV salito da 1,32 a 1,78), confermando che non tutte le crypto seguono lo stesso percorso di stabilizzazione.
Cosa significa per il ruolo di unità di conto?
Una volatilità quotidiana e mensile più contenuta rende teoricamente più plausibile l’idea di denominare alcuni prezzi in Bitcoin, soprattutto in contesti dove la fiducia nella moneta fiat locale è bassa (come in alcuni paesi con inflazione elevata).
Se le oscillazioni di Bitcoin diventano simili a quelle di un’azione tech ad alta capitalizzazione, il rischio di “sorprese” estreme si riduce, facilitando la pianificazione economica.
Tuttavia, gli esperti rimangono cauti. Anche con una volatilità dimezzata, Bitcoin non è ancora stabile come l’oro o una valuta fiat gestita da una banca centrale.
I drawdown prolungati (fino al 50-77% in cicli passati) lo rendono ancora rischioso per chi deve fissare prezzi a lungo termine.
Inoltre, manca un’adozione diffusa: senza una rete di commercianti e fornitori che accettino e mantengano BTC come unità di conto primaria, il circolo virtuoso non si innesca.
In Italia esistono alcuni casi isolati in cui i prezzi vengono esposti direttamente in Bitcoin, usando ad esempio per il cambio l’importo in base al valore ATH (All-Time High). Si tratta però di iniziative più uniche che rare, portate avanti da bitcoiner appassionati che intendono sostenere attivamente questo modello, anche quando, nel breve termine, sembra risultare economicamente svantaggioso.
Alcuni analisti ritengono che una volatilità strutturalmente più bassa – frutto della maggiore liquidità istituzionale, degli ETF e dell’integrazione con la finanza tradizionale – potrebbe, nel tempo, permettere a Bitcoin di svolgere meglio anche questa funzione.
Altri, invece, sostengono che la sua natura deflazionistica e la scarsità lo destinano più a essere “oro digitale” che moneta quotidiana.
Conclusioni e avvertenze
La riduzione della volatilità descritta da Schwab non trasforma Bitcoin in una valuta stabile da un giorno all’altro.
Rimane un asset speculativo ad alto rischio e soggetto a possibili perdite totali del capitale. I dati sono puramente illustrativi e le performance passate non sono garanzia di quelle future.
Detto questo, il fatto che Bitcoin sia oggi “meno bumpy” di alcune delle azioni più seguite al mondo apre un dibattito interessante: potrà mai diventare un’unità di conto credibile?
Per ora resta un’ipotesi futuristica, ma il percorso di maturazione in corso rende la domanda meno astratta di quanto fosse solo due anni fa.
Chi crede in Bitcoin come moneta del futuro deve monitorare attentamente l’evoluzione della sua volatilità. Chi invece lo vede solo come asset di investimento speculativo, può apprezzare la maggiore “gestibilità” di un’asset class che, pur rimanendo rischiosa, si sta avvicinando ai comportamenti di strumenti finanziari tradizionali.
Fonte principale: articolo “Bitcoin Volatility Shrinks to Magnificent 7 Levels” di Charles Schwab (25 marzo 2026).
Tutti i dati citati derivano da tale analisi e vanno considerati a scopo illustrativo.
Non costituiscono una raccomandazione di investimento.